TOPIC #57: Perché rallentare non è un fallimento?
Rallentare come segno di maturità emotiva.
Ciao a tutt*,
C’è una parola che oggi fa paura più di molte altre, ed è la parola “rallentare”.
Non perché significhi davvero fermarsi ma perché nella nostra cultura ha assunto un significato morale. Rallentare non è solo un cambiamento di ritmo, è diventato un giudizio su di sé. È come se dicesse qualcosa sul nostro valore, sulla nostra forza, sulla nostra capacità di stare al mondo.
Molte persone che arrivano in terapia non dicono semplicemente di essere stanche. Dicono di sentirsi sbagliate per esserlo. Non raccontano solo di non farcela ma di non essere abbastanza. Il problema non è il limite bensì il modo in cui lo leggono. Come se il limite fosse una colpa, non una condizione umana.
Viviamo immersi in un’idea di vita che spinge verso il movimento continuo, verso il miglioramento costante, verso una versione di noi che dovrebbe essere sempre più forte, più capace, più performante. È un’idea che non lascia molto spazio alla complessità, alla fragilità, alla trasformazione lenta. È un’idea che non tollera bene i momenti in cui la vita ci chiede di cambiare passo.
Eppure, se osserviamo davvero il funzionamento della mente, del corpo, delle relazioni, scopriamo che rallentare non è un errore di sistema. È parte del sistema. È una delle sue funzioni fondamentali. Rallentiamo per integrare, per riorganizzarci, per metabolizzare, per non frantumarci.
Questo articolo nasce dall’ascolto di molte storie in cui il rallentamento è stato vissuto come un fallimento personale, quando in realtà era un tentativo di sopravvivenza, di adattamento, di crescita. Nasce dal desiderio di restituire a questa parola una dignità psicologica. Non per idealizzare la lentezza ma per riconoscerla come un processo naturale, a volte necessario, spesso trasformativo.

Il mito della continuità e l’illusione di dover essere sempre uguali
Uno degli inganni più profondi che interiorizziamo è l’idea che dovremmo essere sempre coerenti con noi stessi. Non nel senso sano della parola, come se cambiare ritmo, desideri, energie o priorità fosse una forma di incoerenza personale. Come se rallentare significasse tradire una versione precedente di sé.
Questa idea produce molta sofferenza. Porta le persone a restare dentro assetti che non funzionano più, dentro relazioni che non nutrono più, dentro ruoli che hanno perso senso. Non perché siano felici, ma perché temono che cambiare significhi fallire.
Dal punto di vista psicologico, l’identità non è una struttura fissa. È un processo. È una narrazione che si riscrive nel tempo. Guidano parlava del Sé come di un’organizzazione dinamica, non come di un oggetto. Non siamo qualcosa di statico, ma qualcosa che si costruisce mentre vive.
Eppure, molte persone hanno imparato a pensarsi come un progetto da portare avanti senza deviazioni. Devono restare fedeli a ciò che sono stati, anche quando questo non li rappresenta più. Devono tenere lo stesso ritmo, anche quando il corpo, la mente o la vita chiedono altro.
Rallentare, in questo senso, è un atto profondamente identitario. Significa riconoscere che non siamo una linea retta, ma un movimento che cambia forma. Non è incoerenza, è evoluzione.
Quando il valore personale viene confuso con la prestazione
Molte persone non temono di rallentare per paura di perdere tempo. Lo temono per paura di perdere valore. Questo accade quando il senso di sé è stato costruito attorno a ciò che si fa, a ciò che si produce, a quanto si riesce a reggere.
Nella clinica questo emerge in modo molto chiaro. Ci sono persone che non sanno chi sono al di fuori delle loro funzioni. Non sanno chi sono se non stanno sostenendo qualcuno, se non stanno risolvendo problemi, se non stanno andando avanti. La loro identità è diventata un insieme di ruoli operativi.
Questo tipo di organizzazione del Sé è spesso il risultato di storie in cui l’amore era condizionato. Non necessariamente in modo esplicito, ma in modo sottile. Essere apprezzati quando si era forti, quando si era utili, quando non si dava fastidio, quando non si chiedeva troppo.
In questi casi, rallentare non è solo una pausa. È una minaccia. Significa smettere di fare ciò che garantiva un posto nel mondo.
Dal punto di vista cognitivo, si tratta di schemi profondi che associano il valore alla prestazione. Beck li descriveva come strutture di significato stabili, difficili da mettere in discussione perché sembrano ovvie. Se non produco, non valgo. Se non reggo, non merito.
Rallentare diventa allora un gesto radicale. Non perché sia eroico ma perché mette in crisi un’intera architettura di senso.
Il corpo rallenta prima della mente
Una delle cose più interessanti che osserviamo in terapia è che spesso il corpo rallenta prima che la mente sia pronta ad accettarlo. Arriva la stanchezza, arrivano i sintomi, arrivano i blocchi, ma la persona continua a dirsi che non è il momento, che non può, che deve tenere duro.
Il corpo, però, non ragiona in termini morali. Non sa cosa significhi “fallire”. Risponde a carichi, a stress, a pericoli, a squilibri. Quando rallenta, lo fa per proteggere l’organismo, non per punirlo.
Molti stati che oggi vengono etichettati come problematici sono in realtà tentativi di regolazione. La depressione, in molti casi, è una forma di ritiro protettivo. L’ansia, spesso, è un sistema di allarme che non riesce più a spegnersi. La dissociazione è un modo per non sentire ciò che sarebbe troppo.
Rallentare è spesso il linguaggio del corpo quando non trova altri modi per farsi ascoltare.
Il problema nasce quando la mente interpreta questi segnali come segni di debolezza. Quando invece di chiedersi cosa stia succedendo, si giudica.
In questo scarto tra ciò che il corpo chiede e ciò che la mente impone nasce gran parte della sofferenza contemporanea.
Rallentare dopo un evento che cambia tutto
Ci sono momenti nella vita in cui il rallentamento non è una scelta, ma una conseguenza. Accade dopo una perdita, una malattia, una separazione, una maternità, un crollo lavorativo, una crisi esistenziale. Accade quando ciò che eravamo abituati a essere non funziona più, e ciò che saremo non è ancora chiaro.
In questi momenti, la mente ha bisogno di tempo. Non di soluzioni ma di tempo. Tempo per riorganizzare le mappe di significato, tempo per ridefinire ciò che conta, tempo per capire chi si è diventati.
Eppure, proprio in questi passaggi, le persone si giudicano con maggiore durezza. Si dicono che dovrebbero già aver superato, già aver capito, già essere tornate come prima. Come se il cambiamento fosse una parentesi da chiudere in fretta.
Guidano avrebbe parlato di crisi di coerenza. Quando ciò che ci accade non può essere più spiegato con le categorie di prima, la mente entra in una fase di disorganizzazione. È una fase necessaria. Ma è anche destabilizzante. Non si sa più bene chi si è, cosa si vuole, dove si sta andando.
Rallentare in queste fasi è essenziale perché la nuova organizzazione del Sé non può nascere sotto pressione. Ha bisogno di spazio. Ha bisogno di vuoto. Ha bisogno di tempo.
Chi non rallenta rischia di ricostruirsi in modo rigido, frettoloso, difensivo. E poi di rompersi di nuovo.
Il trauma e la lentezza come linguaggio della sicurezza
Nel lavoro con il trauma, la lentezza non è una tecnica. È una necessità.
Il sistema nervoso traumatizzato non si fida del tempo veloce. La velocità è stata associata a pericolo, imprevedibilità, perdita di controllo. Per questo molte persone traumatizzate sembrano bloccate, indecise, incapaci di andare avanti. Non perché non vogliano, ma perché il loro organismo non percepisce ancora sicurezza.
Porges ha mostrato come il sistema nervoso non distingua tra minacce reali e minacce simboliche. Se qualcosa viene percepito come troppo, il corpo entra in modalità di difesa. A volte questa difesa è l’attacco, a volte la fuga, a volte l’immobilizzazione.
La lentezza, in questi casi, è una forma di cautela. È un modo per testare il terreno, per non essere travolti, per non ripetere.
Eppure, quante volte sentiamo dire a chi ha vissuto esperienze traumatiche che dovrebbe lasciarsi tutto alle spalle, reagire, rimettersi in piedi, ricominciare. Come se il tempo emotivo fosse lo stesso tempo dell’orologio.
Il trauma non si risolve andando più veloci. Si risolve costruendo sicurezza. E la sicurezza non ama la fretta.
Schemi cognitivi e paura di fermarsi
Dal punto di vista cognitivo, la difficoltà a rallentare è spesso sostenuta da schemi molto profondi. Non si tratta solo di abitudini ma di veri e propri sistemi di significato.
Ci sono persone che hanno imparato a pensarsi come responsabili di tutto. Altre che hanno imparato a non essere un peso. Altre ancora che si sono convinte che se non tengono tutto sotto controllo, qualcosa di grave accadrà. Questi schemi non sono errori. Sono adattamenti. Sono soluzioni che hanno funzionato in un certo momento della vita. Il problema nasce quando queste soluzioni diventano obblighi permanenti.
Ellis parlava di doverizzazioni, Beck di credenze nucleari, Young di schemi maladattivi precoci. Tutti descrivono la stessa cosa da angolazioni diverse. Quando una persona crede, in modo implicito, che il suo valore dipenda dalla sua capacità di resistere, allora ogni rallentamento viene vissuto come una minaccia.
Non è una scelta razionale. È una reazione automatica.
Per questo non basta dire a qualcuno che dovrebbe riposarsi. Bisogna lavorare sui significati che attribuisce al riposo. Su ciò che teme di perdere. Su ciò che pensa di essere senza la sua armatura.
Rallentare e riorganizzare l’identità
Uno degli aspetti meno considerati del rallentamento è il suo effetto sull’identità. Quando si rallenta, si perde una parte della propria narrazione. Non si è più “quelli che fanno tutto”, “quelli che non mollano mai”, “quelli che ce la fanno sempre”.
Questo può generare un senso di vuoto e il vuoto spaventa.
Nel modello costruttivista, il Sé non è qualcosa che si scopre, ma qualcosa che si costruisce. Ogni volta che una versione di noi non regge più, non è detto che sia un fallimento. Può essere semplicemente che non ci rappresenti più.
Rallentare è spesso il primo segnale che una narrazione identitaria si sta esaurendo. Non è la fine di qualcosa. È l’inizio di qualcos’altro, anche se ancora non lo sappiamo.
Rallentare nelle relazioni
Non rallentiamo solo nel lavoro, nei progetti o nelle decisioni. Rallentiamo anche nelle relazioni. E spesso questo tipo di lentezza è quella che spaventa di più.
Ci sono persone che accelerano per non sentire. Che riempiono gli spazi di parole, di messaggi, di chiarimenti, di decisioni. Non perché siano sicure, ma perché non tollerano l’incertezza. La lentezza, in questi casi, non è rilassante. È angosciante. Espone. Costringe a stare con ciò che non è definito.
Rallentare in una relazione significa accettare di non avere subito risposte. Significa tollerare il dubbio. Significa non controllare ogni passaggio. E questo, per chi ha vissuto relazioni instabili o imprevedibili, può essere profondamente minaccioso.
Molte persone hanno imparato che la velocità protegge. Che decidere in fretta evita il dolore. Che anticipare previene l’abbandono. Che chiarire subito impedisce il rifiuto.
Ma questa è una forma di sopravvivenza, non di libertà.
Le relazioni sicure hanno un ritmo più lento. Non perché siano meno intense, ma perché non hanno bisogno di difendersi continuamente. Possono permettersi pause, silenzi, tempi morti, ripensamenti.
Rallentare come segno di maturità emotiva
Uno degli equivoci più grandi della nostra cultura è pensare che maturità significhi resistenza. Che essere adulti significhi non fermarsi mai, non crollare, non sentire troppo.
In realtà, dal punto di vista psicologico, maturità significa riconoscere quando qualcosa non è più sostenibile. Significa accettare che non tutto può essere tenuto insieme. Significa saper rinunciare. Molte persone continuano ad andare avanti non perché stiano bene, ma perché non sanno come fermarsi senza sentirsi fallite. Hanno imparato che la loro dignità dipende dalla loro capacità di resistere.
Dal punto di vista clinico, il momento in cui una persona si concede di rallentare è spesso il momento in cui inizia davvero il lavoro terapeutico. Prima, si sta solo cercando di tornare come prima. Dopo, si inizia a chiedersi chi si vuole diventare.
Conclusione
Rallentare non è un fallimento. È una riorganizzazione. È il modo che la mente e il corpo hanno per dirci che qualcosa deve cambiare.
Non perché siamo sbagliati, ma perché siamo vivi. Non siamo fatti per essere sempre uguali. Non siamo fatti per sostenere tutto. Non siamo fatti per funzionare senza pause.
La sofferenza nasce spesso non dal rallentamento, ma dalla guerra che facciamo contro di esso. Accettare di rallentare significa accettare di essere umani. Non macchine, non progetti, non prestazioni. Persone.
Fonti
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Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina.
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Han, B.-C. (2010). Müdigkeitsgesellschaft (trad. it. La società della stanchezza). Berlin: Matthes & Seitz.
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Grazie Dottoressa per questo articolo così necessario. Mi ritrovo profondamente nelle sue parole: personalmente ho scoperto di preferire le lunghe camminate alla corsa, perché solo camminando riesco a mettere in fila i pensieri e a osservare davvero ciò che mi attrae.
Ho portato questa filosofia nella mia quotidianità, oggi mi godo il tempo per me stesso appena sveglio e poi vado nel mio studio a modellare con una calma ritrovata. Anche se la necessità di produrre per vivere resta una realtà concreta, ho imparato a farlo senza più farmi travolgere dall'ansia di dover 'accelerare' per dimostrare il mio valore. Ho capito che rallentare non è un lusso, ma un atto di libertà, quella di non dover più correre per sentirsi finalmente abbastanza.
Thank you, great article! I am in a phase of slowdown right now. A consciously chosen one. In times when I feel overwhelmed or confused or, as I call it, “lost”… there comes a point when I really long for it. Slowdown has become one of my most important tools when I feel out of balance. In my experience, it might be painfull, but in the end it is calming, sorting, cleansing, and opening me up to new things.